Nella mia vita precedente, che per molti anni ha significato guerra, embargo economico, privazioni di beni primari e pesanti bombardamenti della Nato su Belgrado, non ero mai scesa in un rifugio. Non mi ero mai nascosta da quelli che dicevano di portare la pace sganciando le bombe sulla mia testa. E ho sempre pensato che chiamare queste azioni “L’angelo misericordioso” trattando i civili come le vittime collaterali da sacrificare per un obiettivo più grande, fosse uno enorme, cinico e beffardo schiaffo in faccia a tutto quello che l’umanità dovrebbe rappresentare. Forse ero incosciente ma l’idea di morire soffocata sotto terra con gli estranei sommersi dalle macerie non mi attirava. Preferivo, se dovesse succedere, che succeda mentre coltivo il giardino, stendo i panni, leggo alla luce di una candela, semplicemente vivendo finché potevo. Che qualche Angelo (vero) sarà davvero misericordioso. Anche in quelle condizioni.

E in quella vita ho imparato a sedermi al buio di un parco vuoto sotto i bombardamenti aerei a guardare le stelle che c’erano nonostante tutta l’idiozia umana che in quell’istante si scatenava contro di me con tutta la sua potenza. Loro non si erano spente anche se qualcuno aveva deciso di spegnere le vite, laggiù. E sotto quel cielo carico di morte, sotto quelle stelle che brillavano ancora di più vista la città sommersa nel buio, avevo capito quanto sono piccola. E quanto non posso decidere niente. Nulla riguardo le guerre, riguardo le carte che qualcun’altro muove in tavola, nulla riguardo le agenzie terroristiche create dagli stessi che ora le combattono (o dicono di combatterle) e che l’unica cosa che conta è il denaro e l’interesse di qualsiasi tipo. Ma non l’interesse dell’essere umano. Quello che cammina alla luce del sole, non nell’ombra. L’unico che dovrebbe contare e pare non conti niente.

La mia vita precedente con 8 anni di guerre psicologiche e i differenti tentativi di trasformarmi in una pecora che segue il gregge invece di pensare con la propria testa, tentativi di seminare l’odio nel mio cuore, di fermare i miei passi e impedirmi di non tendere la mano verso l’altro, mi ha insegnato che in apparenza ci sono vite che contano di più e quelle con il valore minore per non dire inesistenti, perdite di cui i social mi suggeriscono di colorare il mio profilo e quelle che non si citano neanche. Che anche se non si vedono, ci sono dei fili che ci muovono in direzione desiderata da qualcun altro trasformandoci tutti in marionette.

Per questo motivo oggi vivo la mia Milano come ogni giorno. Come una vita fa vivevo la mia Belgrado. Prendo il tram con i miei concittadini cinesi, peruviani, arabi, sorseggio il caffè con gli amici al bar sotto casa, prendo il pane nel mio panificio egiziano, mi abbuffo di sushi (All you can eat è così milanese), passo ogni giorno davanti al Duomo, vado al teatro, porto Nab a spasso. Per questo motivo non mi nascondo da nessuno, qualsiasi nome o nazionalità abbia. Per questo motivo anche questa volta non mi nasconderò in nessun rifugio. Perché l’unico rifugio che ho sempre avuto è dentro il mio cuore. E’ lì rimarrà.

Io continuo così. A vivere.

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