L’esclusiva pasticceria vicino a casa di domenica è sempre piena di persone che pagano circa 5 euro per il capuccio e la brioche. D’estate i tavoli fuori sono tutti occupati dalle famiglie con i passeggini e i cani, d’inverno in una giornata di sole come oggi, ci sono quelli che cercano di resistere avvolti nei cappotti, ma sono pochi e di solito sono le donne che forse amano questa sensazione “alla parisienne”. Li vedo quando vado al bar dei cinesi, che è vicino, visto che Efisio di domenica tiene chiuso. Da loro le brioche sono ottime e mi sorridono a diferenza della pasticceria-gioieleria, dove oltre i dolci che sembrano usciti dal programma televisivo “Il boss delle torte” sembra che i clienti li diano fastidio.

Domenica a Milano ha un risveglio lento. Poche macchine, pochi tram, pochi rumori. Ma anche tante bici, tanti cani, tanti quotidiani sotto il braccio. Ma poi piano, dopo le 16, la città inizia ad animarsi e sembra che improvvisamente tutti escono dai loro rifuggi, ci sono più macchine e tutto, sempre di più con l’avvicinarsi alla sera, diventa più vivace.
Domeniche a Milano sono: “vado a mangiare dai miei”, “devo stirare”, “ho affittato il campo da tennis per le 16”, “suono stasera, vieni a vedermi?”, “non ci vado in centro neanche se mi pagano”, “vado a casa della mia ragazza per montare i mobili di ikea”, “oggi sto davanti alla tele”, “ho passato tutta la giornata su facebook”.

E di domenica, inevitabilmente mi ricordo le serate quando D. cucinava per me. Scalzo. Il profumo di casa, di calore e di cibo buono. I suoi “Assaggia” mentre mi porgeva il cucchiaio di legno. Il prendersi in giro. Le risate. Il “forse è meglio che spegni il forno” dopo un bacio invitante. Il letto disfatto. Il leggere a voce alta mentre si sta abbracciati sul divano. Mani intrecciate. Silenzi. Respiri.

L’intimità.

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