Non mi metto mai in ghingheri quando mi capita di assistere alle sfilate di moda a Milano. In ghingheri in questo caso vorrebbe dire “strano, inusuale, particolare e il più pazzo possibile”: senza calze anche se sono 7 gradi, con i colori accesi e le combinazioni improbabili per ogni comune mortale, tipo il tizio che stavano fotografando davanti a me con il capotto arancione, la grande borsa da donna firmata e il cappello che non lo lascia passare inosservato.

Così, con i miei jeans stretti di Zara, le scarpe basse di Primark e la borsa preferita acquistata ad un mercato di Hong Kong, guardo la Milano durante la famosa settimana della moda. Milano multietnica firmata Gucci e Prada, con i visi orientali, gli accenti strani e borse firmate appese sul braccio di qualche fashion editor. (“Saranno vere?!” – mi susssura all’orecchio la caporedattrice moda di una conosciutissima rivista. Lei è asiatica e si diverte da pazzi a indovinare chi porta gli originali e chi invece le perfette coppie).

E’ una Milano che intralcia il traffico, che occupa le linee metropolitane per le sfilate, che costruisce i tendoni davanti al Duomo, che organizza le serate chiuse e super fashion, che vi permette di incontrare le modelle struccate e magrissime sul tram. Milano con i tacchi alti, i sandali con le calze corte rubate al fidanzato, gli occhiali a forma di cuore come Katy Perry, Milano con i cappotti da uomo oversize e i pantaloni stretti (London street style importato con successo).

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E’ una Milano che mi piace vivere due volte all’anno. E’ una di quelle cose che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Per capire meglio in che città viviamo. Perché ancora, l’immagine di Milano nel mondo, è questa. Milano ripresa dai vari blog mondiali tipo The Sartorialist e simili che nel immaginario collettivo è ancora ultra fashion, radical chic. Forse è davvero così. Dopo tutto, è una delle poche città al mondo dove potete incontrare Anna Wintour nascosta dietro i suoi enormi occhiali da sole, basta che vi piazzate davanti all’ingresso delle sfilate. Se ci tenete particolarmente.

Così entro insieme alla folla profumata, agghindata, internazionale, sventolando l’invito con il nome di una editor in chief di qualche rivista internazionale importante che non poteva partecipare per troppi impegni, così io divento lei (Con la sua benedizione. Tanto devo sempre scrivere l’articolo) per i pochi istanti. E’ tutto per neanche 10 minuti di sfilata.

Uscendo mi fermano i fotografi ai quali il mio semplice low cost chic look è piaciuto. Forse mi riconoscerete su uno dei blog come Jak & Jil (non c’entra niente il film Jack & Jill nelle sale con Adam Sandler) oppure su All the pretty birds di Tamu McPherson che vive qua. Sono quella con il sorriso imbarazzato tipo: “Ma che c’entro io, guardatevi intorno, c’è gente che si porta addosso il valore di casa mia!“.

Ma anche questa è Milano. Anzi, per alcuni, questa è proprio Milano.

E mi diverte. Quelle due volte all’anno.

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E poi ci sono personaggi del genere. Nessuno sa chi siano (o forse solo io non lo so!) ma loro si prestano

O quelli che si vestono nella maniera bizzarra sperando che qualcuno gli faccia qualche foto per il cosiddetto “street stye”

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