Non assomiglio assolutamente a Audrey Hepburn e il mio lui è meglio di Gregory Peck (si si vi sento, con quel “Seeee…ma va là” ma sono seria, volete la foto?). Non ho manco la vespa (ecco, questa si che la desidero tanto, ma mi dicono che sarebbe rubata da li a poco). E non sono neanche a Roma (non per la vespa rubata ma per il leggendario film). Ma le mie vacanze milanesi sono state ugualmente degne di nota. Anzi, bellissime. E se non avete capito ancora, io a Milano ci ABITO.

Milano di agosto cambia proprio l’aspetto, si toglie quel tailleur da seria, rigida e indaffarata, che continuamente corre anche se non è affatto appassionata di corsa, quella nervosa che al mezzo secondo da quando scatta il verde al semaforo inizia a suonare con la faccia indemoniata dietro il parabrezza, quella che ti fa girare almeno 40 minuti (se sei fortunato) per il parcheggio, quella con gli aperitivi dopo il lavoro che sono quasi obbligatori anche se ti stai annoiando a morte e faresti volentieri a meno. Quella dei pranzi collettivi di un ora precisa con i colleghi che vorresti evitare a tutti i costi sfoggiando una lista di scuse per cui proprio oggi non puoi mangiare con loro. Quella che tiene le distanze, si veste in un modo “tutto milanese” e che adora la parola privacy, che qualsiasi domanda reputa “una di troppo” etichettandoti come uno invadente, che non perdona i ritardi, le scuse e alla quale molto spesso manca l’empatia.

Di agosto questa Milano è in vacanza, si mette i bermuda e le infradito ed io la scelgo per la MIA di vacanza. Forse quella stessa Milano ha bisogno di riposarsi da se stessa. E allora diventa vivibile, con la giusta quantità di persone, rilassata. Normale. Diventa tutto il mondo in una città sola.

Scostando la tenda di plastica tagliata a strisce per entrare in un tipico negozio di Via Paolo Sarpi, io sono a Hong Kong (potevo dire Pechino ma HK è la mia città preferita). I rumori, la lingua, gli odori, le biciclette, quelle stranezze cinesi da mangiare che compro quasi compulsivamente. E tutto questo con una lentezza da lumaca.

Nel supermercato che è quasi tutto per me mi fermo davanti agli scafali che vendono le pietanze da tutto il mondo, e subito sono in Romania, in Messico, in Medioriente. Mangio falafel dagli egiziani sotto casa, mi rilasso come non mai facendomi le unghie dalle cinesi dall’altra parte della strada, e rido con il ragazzo arabo della lavanderia dal quale ritiro le camicie. Mentre faccio una colazione lenta senza sgomitare con quelli in giacca e cravatta mi si avvicina un venditore ambulante con la grossa borsa proponendomi 3 paia di calze al prezzo di 2 ed io sono subito sulla spiaggia di Santo Domingo. Manca solo il cappello di paglia e il cocco tagliato (ma ci possiamo lavorare).

Prendo la bici e senza il terrore di essere investita dalla Milano bene che mostra la ricchezza guidando una macchina potente a 200 all’ora, mi faccio una gita al parco Sempione come se fossi al Central Park. Prendo il sole, leggo il libro con tutto il tempo che voglio e non solo quelle 10 fermate per arrivare al lavoro, mi riposo con il mio cane. Mi godo il tempo, questo essere cosmopolita di Milano diversa da quella durante la settimana della moda o design. Il tempo di una Milano in vacanza. Ed io con lei. Senza abbandonarla.

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